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Meno peso per un ritmo più sano. Gli interventi di riduzione del peso corporeo permettono di correggere le anomalie dell`attività ritmica cardiaca

Meno peso per un ritmo più sano
Gli interventi di riduzione del peso corporeo permettono di correggere le anomalie dell’attività ritmica cardiaca. Così riporta un recente studio.

 

PATOLOGIA

Meno peso garantisce un miglioramento dei sintomi e della severità della fibrillazione atriale, con un parziale recupero della normale attività ritmica cardiaca.

 

È questa la conclusione di un recente studio condotto dai ricercatori australiani dell’Università di Adelaide e pubblicato   sulla rivista Journal of American Medical Association.

L’osservazione principale è infatti che la riduzione dei fattori di rischio cardiometabolico associati al sovrappeso e all’obesità favoriscono il funzionamento cardiaco nella sua unica capacità di generare autonomamente impulsi elettrici.

Lo studio ha coinvolto 248 soggetti sovrappeso e obesi affetti da fibrillazione atriale sintomatica i quali sono stati destinati ad un periodo di follow-up della durata di 15 mesi.

In questo periodo, i partecipanti venivano assegnati o ad un programma di gestione del peso oppure venivano istruiti semplicemente su accorgimenti da tenere nello stile di vita.

Entrambi i gruppi però venivano sottoposti ad un intensivo programma di controllo dei fattori di rischio cardiometabolico.

Gli autori hanno quindi osservato che il gruppo destinato al programma di gestione del peso presentava una riduzione della gravità dei sintomi legati alla fibrillazione atriale decisamente più marcata rispetto a quanto veniva osservato nel gruppo di controllo.

Allo stesso modo, anche i numero di episodi di fibrillazione, così come la durata cumulativa degli episodi venivano ridotte maggiormente nel gruppo destinato all’intervento.

Infine, la riduzione del peso corporeo si accompagnava ad una riduzione dello spessore del setto intraventricolare e dell’area dell’atrio sinistro, un’indicazione di una migliore funzionalità cardiaca e di un minore stress a carico dell’organo.

In conclusione, lo studio ha dimostrato come la riduzione del peso corporeo, unitamente alla gestione dei fattori di rischio cardiometabolico, si accompagni a significativi miglioramenti della salute cardiaca nei casi di fibrillazione atriale e suggerisca l’utilità dell’impiego di questo tipo d interventi per favorire la salute cardiovascolare nelle situazioni caratterizzate da un eccesso di peso corporeo.

Fonte:Hany S. Abed, BPharm, Gary A. Wittert et al. Effect of Weight Reduction and Cardiometabolic Risk Factor Management on Symptom Burden and Severity in Patients With Atrial Fibrillation A Randomized Clinical Trial JAMA. 2013

http://www.obesita.it/html/dsnews/04-12-2013/meno_peso_per_un_ritmo_pi_sano.asp

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II° Corso di formazione teorico pratico in Chirurgia Bariatrica e Metabolica organizzato dalla “Scuola Italiana di Formazione e Perfezionamento in Chirurgia dell`Obesità e delle Malattie Metaboliche Umberto Parini”

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La Scuola Italiana di Formazione e Perfezionamento in Chirurgia Bariatrica e Metabolica “Umberto Parini”, è istituita in accordo tra la Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche (S.I.C.Ob.) e l’Associa-zione Italiana Chirurghi Ospedalieri (ACOI). Il corso di formazione teorico pratico destinato a massimo 12 discenti da svolgersi nell’arco di due anni.

 

 

 Finalità e valenza formativa del Corso

Il corso si propone lo scopo di formare e perfezionare chirurghi per consentire l’acquisizione di specifiche conoscenze e competenze nel campo della chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche.

Il programma didattico si articola in lezioni teoriche (frontali ed interattive), tenute in due giornate organizzate dai direttori della scuola a Milano ed a Roma per un totale di 16 ore e da attività cliniche ambulatoriali, di reparto e di sala operatoria effettuate nei 6 centri accreditate di alta specializzazione.
La durata dei corsi è biennale e si prevede una frequenza di 1 settimana al mese, 5 giorni lavorativi di 8 ore ciascuno per 9 mesi l’anno con la garanzia di effettuare entro la fine dei 2 anni 30 interventi quale 1° operatore e altri 30 come 2° operatore. Tale attività verrà svolta nei centri accreditati di alta specializzazione.
Detti centri di Chirurgia Bariatrica e Metabolica, caratterizzati da elevati volumi di attività e dalla presenza di varie competenze garantiranno supporti didattici adeguati, nonché la sussistenza di condizioni logistiche per l’accoglimento didattico dei discenti e la disponibilità interna di tutte le professionalità collegate per un reale approccio multidisciplinare.

REGOLAMENTO
Destinatari
Possono iscriversi cittadini italiani laureati in Medicina e Chirurgia e cittadini stranieri in possesso di diploma universitario riconosciuto dalla legge italiana, che abbiano già conseguito il diploma di specializzazione in chi-rurgia generale o discipline equipollenti, senza limite di età, con comprovata esperienza di chirurgia laparo-scopica.
Bando di Iscrizione
Sui siti web della S.I.C.OB. e dell’ACOI verrà pubblicato annualmente il bando di iscrizione, in cui sono contenuti i criteri di ammissione ed il numero annuale dei partecipanti fissato per l’Anno 2013 in max 12 discenti.
L’eventuale graduatoria in caso di domande eccedenti il numero previsto dal bando viene stilata dal Consiglio dei Docenti della Scuola, sulla base dei curricula degli aspiranti candidati e pubblicata sui siti S.I.C.OB. ed ACOI.
Adempimenti dei Partecipanti
Per partecipare al corso è necessario rivolgere domanda di iscrizione alla Segreteria SICOb mediante apposito modulo che sarà pubblicato in allegato al bando di iscrizione, in cui si attesti il possesso dei requisiti richiesti (le certificazioni devono essere esibite secondo le indicazioni delle leggi vigenti).
Ai partecipanti è richiesta una copertura assicurativa che copra il rischio infortuni e la responsabilità civile verso terzi, valida per tutta la durata del corso. Sarà possibile usufruire della polizza ACOI per le scuole speciali.
www.acoi.it/formazione-acoi/le-scuole/chirurgia-laparoscopica-e-mini-invasiva/corso-avanzato/copertura-assicurativa
I partecipanti si impegnano a seguire l’intera attività didattica prevista dal corso ed a svolgere il test finale di valutazione dell’apprendimento.
Non sono previste deroghe alla frequenza delle attività didattiche, requisito indispensabile per accedere al test finale di valutazione propedeutico al conseguimento del diploma.
Sono a carico dei partecipanti le spese di iscrizione al corso fissate in € 2.500 annui e di sistemazione alber-ghiera nelle sedi delle attività didattiche.
Verifica finale e conseguimento del diploma
Al termine dell’attività didattica il discente presenterà oltre al report dei centri di tirocinio frequentati una rela-zione sull’attività svolta e parteciperà ad un test finale di verifica dell’apprendimento composto da quiz a risposta multipla. Il diploma non potrà essere conseguito in difetto di frequenza di tutti i moduli previsti per il presente corso. Per ogni modulo verranno prese le firme di presenza e la frequenza verrà riconosciuta con apposito attestato di partecipazione rilasciato dal “Direttore Didattico” del modulo al termine di ognuno di essi. L’attestato di frequenza rilasciato come anzidetto sarà l’unico documento di attestazione di frequenza riconosciuto valido dalla Scuola “Umberto Parini”.
Accreditamento ECM
Per il presente corso Teorico-Pratico verrà richiesto accreditamento Educazione Continua in Medicina presso il Ministero della Salute (provider ACOI).
Centri accreditati di alta specializzazione che si occuperanno della formazione pratica

Pietro Maida, Ospedale Evangelico Villa Betania, Napoli
Luigi Piazza, Azienda Ospedaliera Garibaldi, Catania
Marco Anselmino, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Pisa
Valerio Ceriani, IRCCS Multimedica, Sesto San Giovanni, Milano
Alessandro Giovanelli, Istituto Clinico S. Ambrogio, Milano   
Paolo Gentileschi, Università di Roma Tor Vergata, Roma

 

PROGRAMMA SCUOLA 2014
In definizione

http://www.sicob.org/attivita/scuola_parini.aspx

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Workshop del 20.11.2013 - Villa del Rosario

WORKSHOP – Mercoledì 20 Novembre 2013 – “Gastrectomia verticale (Sleeve) laparoscopica nel trattamento dell`obesità grave, del diabete e della sindrome metabolica”

L’incontro è dedicato agli Specialisti di medicina generale, medicina interna, endocrinologi, nutrizionisti, obesiologi e diabetologi  per discutere  le  modalità,  le indicazioni  ed  i  risultati  della “Gastrectomia verticale”.

Lo scopo di questo evento è quello di far emergere l’esperienza dei risultati di tale intervento efficace per intervenire con successo sul complesso quadro clinico relativo ai pazienti affetti da obesità grave, diabete e sindrome metabolica.

 Alla fine dell’Incontro ci sarà una discussione  tra i colleghi per una visione d’insieme della patologia, alla luce delle ultime scoperte di questi anni.                                                                                                                                                                                                        Prof. Dott. Paolo Gentileschi

Workshop del 20.11.2013 (2) - Villa del Rosario

MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE

LE ISCRIZIONI ON LINE SONO CHIUSE.  E’ POSSIBILE ISCRIVERSI DIRETTAMENTE IN SEDE CONGRESSUALE

SEDE 

Roma – Clinica Villa del Rosario – Via Flaminia, 499

    mappa

COME RAGGIUNGERCI

La Casa di Cura è situata in Via Flaminia Vecchia, n.  499, in zona  Roma Nord,  compresa  tra Piazzale di Ponte Milvio, Corso Francia e la Via Olimpica.

In auto: dai caselli di uscita delle Autostrade e dalle Strade Provinciali afferenti su Roma, seguire le indicazioni “Raccordo Anulare”; imboccarlo e procedere fino all’uscita 06 (Flaminia – Centro). Procedere in direzione Centro e raggiungere Corso Francia che va percorso fino all’altezza del cavalcavia della Via Olimpica ove, a destra, è situato l’innesto con Via Flaminia Vecchia.

Con autobus: linee urbane afferenti su Corso Francia (32-200-201-220-222-223-224-232-C3) e quelle afferenti su Ponte Milvio (188-301-446).

 

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Obesità: tutto il peso sul ginocchio

L`osteoartrosi del ginocchio (OA), complicata da artrite, è causa frequente di dolore cronico e disabilità, ha origini biomeccaniche e infiammatorie ed è aggravata dall`obesità. 

 

Lo studio

In uno studio clinico randomizzato in singolo cieco alla Wake Forest University tra il luglio 2006 e aprile 2011, della durata di 18 mesi, sono stati reclutati 454 soggetti in sovrappeso e obesi adulti e anziani residenti in comunità (età ≥ 55 anni, con BMI compre-so tra 27-41) che lamentavano dolore e con radiografica del ginocchio positiva per OA. Si procedeva confrontando i risultati ottenuti sulla perdita di peso e sugli indicatori d’infiammazione, con tre tipi d’intervento: solo dietadieta più esercizio fisico, o solo esercizio fisico.

Erano considerati come esiti primari meccanicistici: la forza di compressione sul ginocchio e il livello plasmatico di IL-6. Come esiti clinici secondari si consideravano: il dolore auto-riferito, la funzione recuperata, la mobilità, la salute generale e la qualità di vita correlata. Un buon numero di partecipanti (88% – n=399) ha completato lo studio. Per quando riguarda la perdita di peso si è dimostrato che: nel gruppo dieta + esercizio, era di 10,6 kg (11,4%), nel gruppo con la sola dieta di 8,9 kg (9,5%), e nel gruppo con il solo esercizio fisico era di 1,8 kg (2,0%).

 

Osteoarthritic-Knee-Joint-ImageInoltre, dopo 18 mesi d’intervento,  le forze di compres-sione sul ginocchio erano inferiori nei partecipanti sotto-posti alla sola dieta (in media, 2487 N, 95% CI, 2393-2581), rispetto al gruppo dei par-tecipanti sottoposti a solo esercizio fisico (2687 N, 95% CI, 2590-2784). Le concen-trazioni di IL-6 sono risultate inferiori nel gruppo a dieta + esercizio fisico (2,7 pg / mL, 95% CI, 2,5-3,0). Infine, ma non per ultimo, il gruppo a dieta + esercizio fisico, riferiva meno dolore e una migliore funzione, sia rispetto al gruppo con la sola dieta, sia rispetto al gruppo con il solo esercizio fisico. Gli autori concludono confer-mando l’importanza della dieta nella riduzione del peso e dell’esercizio fisico nella riduzione degli indici infiammatori nei soggetti obesi con osteoartrite nel gruppo a dieta (2,7 pg / mL, 95% CI, 2,4-3,0) rispetto al gruppo con solo esercizio fisico (3,1 pg / mL, 95% CI, 2,9-3,4. del ginocchio.

Clinica pratica

In sostanza, in questo campione, la riduzione del peso ottenuta con la dieta va a supportare un incremento della mobilità e delle funzioni articolari del ginocchio, con ritorno a una qualità di vita migliore, che a sua volta si avvale della ripresa dell’attività fisica.

In altri termini, i risultati dello studio suggeriscono l’importanza del controllo e del monitoraggio della dieta, ossia della perdita di peso, prima di ricorrere a un esercizio fisico intenso, anche per meglio valutare l’efficienza energetica.

In ogni caso, la perdita di peso è un ottimo investimento, a breve termine, per la riduzione del carico articolare, nei pazienti con obesità e gonartrosi, come già dimostrato in studi precedenti. La prima proposta di perdere peso, quando subentra un dolore invalidante, è ben accetta dal paziente che, solo successivamente, potrà essere motivato anche alla ripresa dell’attività fisica, altrimenti scartata per la persistenza del dolore.
Redazione articolo: http://www.obesita.it/html/approfondimenti/it/obesita_tutto_il_peso_sul_ginocchio.asp

 Fonti

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24065013 

JAMA. 2013;310(12):1263-1273. doi:10.1001/jama.2013.277669.

Effects of Intensive Diet and Exercise on Knee Joint Loads, Inflammation, and Clinical Outcomes Among Overweight and Obese Adults With Knee OsteoarthritisThe IDEA Randomized Clinical Trial

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21440076

Osteoarthritis Cartilage. 2011 Jul;19(7):822-8. doi: 10.1016/j.joca.2011.03.006. Epub 2011 Apr 8.

Effects of an intensive weight loss program on knee  joint loading in obese adults with kneeosteoarthritis.

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chirurgia_bariatrica

Effetti metabolici a lungo termine (dopo 5 anni) della chirurgia bariatrica

Lo studio condotto dall’Università di Chicago ha valutato gli esiti della chirurgia bariatrica a distanza di 5 anni. Una remissione completa del diabete mellito di tipo 2 era presente nel 24% dei pazienti mentre una remissione parziale era presente nel 26 % dei pazienti. Inoltre, una storia breve di diabete mellito di tipo 2 insieme con una maggiore riduzione del peso erano fattori predittivi di una remissione a lungo termine del diabete mellito di tipo 2. La recidiva del diabete mellito di tipo 2 era, invece, associata con una lunga storia di diabete mellito di tipo 2, minore perdita di peso e recupero del peso dopo l’intervento chirurgico. Il raggiungimento dei valori target per quanto riguarda HDL, LDL, trigliceridi ed ipertensione era rispettivamente del 73%, 72%, 80% e 62%. Si assisteva inoltre ad una regressione della nefropatia diabetica del 53% o stabilizzazione nel 47% dei casi. Lo studio dimostra, quindi, che gli effetti positivi della chirurgia bariatrica persistono anche a lungo termine.

Can diabetes be surgically cured? Long-term metabolic effects of bariatric surgery in obese patients with type 2 diabetes mellitus.
Brethauer SA, Aminian A, Romero-Talamás H, Batayyah E, Mackey J, Kennedy L, Kashyap SR, Kirwan JP, Rogula T, Kroh M, Chand B, Schauer PR.
Ann Surg. 2013 Oct;258(4):628-37.
doi: 10.1097/SLA.0b013e3182a5034b.
PMID: 24018646

rif. http://www.siditalia.it/journal-club/1363-6yrbariatrica.html

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infiammazione

Infiammazione e metabolismo, nuove evidenze nell`obesità

Lo stato d’infiammazione cronica dei tessuti che caratterizza una larga percentuale dei pazienti obesi costituisce un pericoloso fattore di rischio cardio-metabolico, in quanto responsabile di una maggiore suscettibilità allo sviluppo di disordini metabolici, primo fra tutti il diabete.

Questo dato non è nuovo, ma nuovi studi forniscono costantemente nuove evidenze sulla stretta relazione tra la presenza di elevate concentrazioni di marker pro-infiammatori e il sovrappeso patologico. Un recente studio condotto dai ricercatori irlandesi dell’University College di Cork ha confrontato il profilo infiammatorio tra individui obesi metabolicamente sani e non, fornendo una chiara dimostrazione di come la condizione infiammatoria correli con la salute metabolica.

In totale, allo studio hanno partecipato un gruppo di 2050 individui di entrambi i sessi ed età compresa tra 45 e 74 anni suddivisi in categorie di peso corporeo e definiti metabolicamente sani o non sulla base della presenza o meno di anomalie cardio-metaboliche.

Gli autori hanno così potuto osservare che gli individui di peso normale e obesi (indice di massa corporea, BMI, ≥ 30 kg/m2), ma metabolicamente sani, presentavano livelli globalmente inferiori di alcuni fattori pro-infiammatori caratteristici della fase acuta, come il componente del complemento C3, proteina C-reattiva, TNF-α, interleuchina 6, inibitore dell’attivatore del plasminogeno 1, rispetto agli individui obesi metabolicamente non sani. Non solo, i primi due gruppi erano anche caratterizzati da livelli superiori di adipochine e minori concentrazioni di cellule bianche del sangue.

Complessivamente, queste caratteristiche pro-infiammatorie correlavano con una migliore condizione metabolica. I risultati dello studio confermano, dunque, precedenti osservazioni e forniscono nuovi e più precisi dati sulle differenze tra sottogruppi di pazienti obesi, ma non solo.

Queste osservazioni possiedono, infatti, un importante significato clinico, in quanto potrebbero tradursi in criteri diagnostici in fase di screening e stratificazione dei pazienti per permettere una più rapida identificazione dei soggetti esposti ad un maggiore rischio cardiometa-bolico, facilitando così la messa a punto di strategie terapeutiche mirate.

Fonte: Catherine M. Phillips and Ivan J. Perry Does Inflammation Determine Metabolic Health Status in Obese and Nonobese Adults? Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism

Rif. www.lanutrizione.it
http://www.lanutrizione.it/html/cnt/it/News_network.asp?dtl=2026&F_page=1

 

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Il Bendaggio gastrico riduce il rischio di malattie cardiovascolari

 

Patients undergoing laparoscopic adjustable gastric band (LAGB) have significant weight loss and reductions in estimated ten to 30-year cardiovascular risk within one year post-LAGB, according to a study published in the journal Advances in Therapy, a Springer link publication.

 Data from a US healthcare database revealed that ten- and 30-year estimated cardiovascular risk decreased from 10.8 to 7.6% (p\0.0001) and 44.34 to 32.30% (p\0.0001), respectively, 12–15 months post-LAGB. Improvements were significantly greater than in non-LAGB patients (n= 4,295) (p\0.0001).

The researchers set out to examine whether weight loss in obese patients treated with LAGB is associated with meaningful reductions in estimated 10- and 30- year Framingham CVD risk 12–15 months post-LAGB.

Obese adult patients (BMI30) treated with LAGB were identified in a large US healthcare database. Patients without CVD at baseline and with measures of BMI, systolic blood pressure, diabetes, and smoking status at baseline and follow-up were eligible. Non- LAGB patients were propensity score matched to LAGB patients on baseline BMI, age, and gender.

The estimated 10- and 30-year Framingham CVD risks were 10.8 and 44.34% for LAGB patients and 10.56 and 41.79% for comparison patients at baseline, respectively.

 

Results

The outcomes showed that the mean BMI in LAGB patients (n= 647, average age 45.66 years, 81.1% female) decreased from 42.7 to 33.4 (p\0.0001), with 35.4% no longer obese.

In the subset with lipid data (n=74), improvements in total (-20.6mg/dL; p\0.05) and high-density lipoprotein ( 10.6 mg/dL, p\0.0001) cholesterol 1 year post-LAGB were also observed.

At 12–15 months’ follow-up, mean BMI decreased significantly in LAGB patients (-9.3kg/m2, p\0.0001) and in comparison patients (-0.6kg/m2, p\0.0001. In addition, the researchers also report that there were significant reductions in SBP for both LAGB (p\0.0001) and comparison patients (p\0.05). At follow-up, the proportion of patients using anti-diabetic medications decreased in LAGB patients (p\0.0001) and increased in comparison group (p\0.01).

Estimated 10- and 30-year CVD risk scores decreased significantly in LAGB patients (-3.2%, p\0.0001 and -12.04%, p\0.0001, respectively), but did not change significantly in comparison patients ( 0.01%, p= 0.91 and  0.13%, p= 0.42, respectively). Changes in CVD risk factors and scores were evaluated for subgroups stratified by gender and

baseline BMI (Figure 1).

 

 

Figure 1: Change in estimated 10- and 30-year CVD risk at 12–15 months by gender and baseline BMI. BMI body mass index, CVD cardiovascular disease, LAGB laparoscopic adjustable gastric banding. *P\0.05 for changes from baseline between LAGB and non-LAGB groups; BMI was presented as kg/m2.

 

Although the authors acknowledge that Framingham CVD risk scores have not been validated for measuring changes in CVD risk over time or specifically in obese populations, “in the present analysis scores based on BMI versus lipid data indicate similar and consistent magnitude of risk reduction,” they note.

 

Conclusion

The researchers concluded that the data showed patients receiving LAGB to have significant weight loss, and reduced CVD risk factors and estimated CVD risk, supporting the effectiveness of the LAGB procedure as a potential approach for management of obesity.

“These results add to the evidence of the cardiovascular benefits of significant weight loss among obese individuals and the potential long-term clinical impact of the LAGB procedure as a therapeutic intervention for obesity,” the researchers write. “Larger and long-term studies are needed to further document whether effects of LAGB on weight loss and CVD risk factors translate into reduced CVD incidence.”

The analysis and publication charges were sponsored by Allergan.

Owen Haskins – Editor in chief, Bariatric News

http://www.bariatricnews.net/?q=news%2F111131%2Flap-bands-reduce-cardiovascular-disease-risk&utm_source=IFSO+Member&utm_campaign=7817875c70-Update_general9_2_2013&utm_medium=email&utm_term=0_69274c1fb4-7817875c70-%5BLIST_EMAIL_ID%5D&ct=t%28Update_general9_2_2013%29&gooal=eyJjaWQiOiI3ODE3ODc1YzcwIiwidGFnIjoiVXBkYXRlX2dlbmVyYWw5XzJfMjAxMyIsInVpZCI6IjhhMTc3ZjQ0ZGZmNWNlNTk1OWRjYTM2YjMifQ%3D%3D|Z2VudGlsZXNjaGkucGFvbG9AZ21haWwuY29t

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Come il cervello reagisce al cibo, dopo un intervento di bypass gastrico

The weight loss seen in patients after gastric bypass surgery for obesity may be helped by changes in the way the brain itself responds to food, reducing not only hunger but also the drive to eat for pleasure, according to a new study from the Medical Research Council (MRC).

The research, published in the journal Gut, helps to explain why gastric bypass patients lose more weight over the long term than those who undergo a gastric band operation.

“It is well established that patients after gastric bypass lose more weight than after gastric band and we think this is because of the different physical changes made to the gut during surgery, which somehow have an effect on the drive to eat for pleasure,” said Dr Tony Goldstone from the MRC Clinical Sciences Centre at Imperial College London and consultant endocrinologist at Imperial College Healthcare NHS Trust. “Both procedures reduce appetite and have health benefits including long-term weight loss and improvement or even complete resolution of type 2 diabetes. However, gastric bypass surgery appears to be more effective for weight loss and has a more profound effect on the way in which the brain responds to food.”

Previous studies in animals and humans have shown that those who undergo a gastric bypass tend to shift away from eating high-fat and sweet foods. However, the effect of different types of weight loss surgery on the brain that may be responsible for changes in food preference has not been explored until now.

Using magnetic resonance imaging (fMRI), which measures brain activity by detecting changes in blood oxygen levels, scientists from Imperial College London, UK, studied 61 men and women who had lost weight from either a gastric bypass (21 people) or gastric band surgery (20 people).

The scans were carried out on average eight to nine months previously, as well as a control group of un-operated participants (20 people). These three groups were of similar body weight.

They found marked differences in the brain’s response to food in patients after gastric bypass, compared to gastric band surgery. Patients who had gastric bypass had less activity in the brain’s reward regions when shown pictures of food compared with those who had gastric banding.

Patients after gastric bypass also rated high-calorie foods as less appealing to look at and less pleasant to eat (on a scale), had healthier eating habits and ate less fat in their diet than patients after gastric banding or the un-operated control group.

Both the gastric bypass and banding patients had similarly reduced hunger compared with the un-operated group, and the findings were not explained by differences in psychological traits between the surgical groups, such as binge eating, mood, impulsivity, or their sensitivity to seek rewards in general.

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(Whole brain comparison of activation to high-calorie foods between obese patients after gastric bypass and gastric banding).

The researchers did not find conclusive evidence of what caused these changes, but they did observe several differences in the patients’ metabolism that could play a role. Levels of the gut hormones (GLP-1 and PYY) that make us feel full after a meal were higher in the gastric bypass group, as were levels of bile salts, which play a role in digestion.

Patients after gastric bypass also reported more intestinal discomfort and nausea after eating foods high in fat and sugar in the early months after the surgery than patients after banding, which may also be influencing what foods they want to eat.

The researchers concluded that “the identification of these differences in food hedonic responses as a result of altered gut anatomy/physiology provides a novel explanation for the more favourable long-term weight loss seen after RYGB than after BAND surgery, highlighting the importance of the gut–brain axis in the control of reward-based eating behaviour.”

Further work by the researchers will focus on which of these factors may be influencing the brain’s response to food following bypass surgery.

“These findings emphasise that different bariatric procedures work in different ways to influence eating behaviour,” added Goldstone. “This may have important implications for the way we treat patients with obesity and could help pave the way for a more personalised approach when deciding on the choice of bariatric procedure by taking the impact on food preferences and cravings into account.”

“Humans don’t just eat when they’re hungry – the pleasure and rewarding feelings we get from eating play a huge role in determining what kind of foods we eat, as well as how much,” said Professor David Lomas, Chair of the MRC’s Population and Systems Medicine Board. “This work adds to a growing body of evidence supporting the role of the gut-brain interplay in controlling our eating behaviour. Being able to influence this relationship may in future play an important role in the development of non-surgical treatments for obesity.”

This research was supported by the Medical Research Council, Wellcome Trust, National Institute for Health Research (NIHR), and Imperial College Healthcare Charity and the Imperial Weight Centre, from which patients were recruited.

 

Owen Haskins – Editor in chief, Bariatric News

http://www.bariatricnews.net/?q=news/111108/bypass-changes-how-brain-responds-food

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L`Ipovitaminosi D è associata con la Sindrome Metabolica negli obesi

 

A powerful association exists between hypovitaminosis D and metabolic syndrome in obese patients that is independent from body fat mass and its clinical correlates, according to a study titled ‘Hypovitaminosis D is Independently Associated with Metabolic Syndrome in Obese Patients’, published in Plos One.

 

According to the study authors, the outcomes from the researcher indicates that the association between low 25(OH) D3 levels and metabolic syndrome is not merely induced by vitamin D deposition in fat tissue but reinforces the hypothesis that hypovitaminosis D represent a crucial independent determinant of MS.

They explain that vitamin D is a lipophilic hormone synthesised in the skin by ultraviolet-mediated isomerisation of 7-dehydrocholesterol and subsequently converted to active 1,25(OH)2D3 by two consecutive renal and hepatic hydroxylations.

However, as well as playing a role in calcium-phosphate regulation and bone metabolism, it has a potential role in the development of insulin resistance-related conditions, such as obesity, type 2 diabetes mellitus, systemic hypertension and metabolic syndrome. Previous studies have reported that vitamin D insufficiency is now considered to involve more than 75% of those with MS.

They also note that obese patients show a reduced response of serum 25(OH) vitamin D3 levels to ultraviolet-B irradiation and to oral vitamin D administration, compared with non-obese individuals.

Therefore, the investigators wanted to examine whether there an independent association between low 25(OH) vitamin D3 and metabolic syndrome in obese patients with and without metabolic syndrome.

“Two groups of subjects with the same degree of obesity, selected based on the presence or absence of MS, were compared to determine the contribution of body fat mass in the association between vitamin D insufficiency and the development of metabolic abnormalities,” they write. “This is to our knowledge the first study designed to establish the role of body fat mass in the link between hypovitaminosis D and MS.”

 

Study design

The investigators recruited 107 consecutive obese patients, 61 patients with a diagnosis of metabolic syndrome (30 patients with 3, 21 patients with 4 and 10 patients with 5 metabolic syndrome components) and 46 without MS, among subjects referring to the Endocrinology day-hospital of Sapienza University of Rome who underwent metabolic evaluation.

The two groups were comparable for sex, age, BMI, waist circumference and body fat percentage.

 

Results

They report that serum 25(OH) vitamin D3 levels were significantly reduced in obese patients with metabolic syndrome, compared to obese subjects without metabolic syndrome, all comparable for sex, age, BMI, waist circumference and body fat mass percentage (13.5(3.3–32) ng/ml vs. 17.4(5.1–37.4) ng/ml, p<0.007, respectively). This difference persisted also excluding patients affected by type 2 diabetes (n = 26) from study population (14.4(5.7–32) ng/ml vs. 17.4(5.1–37.4) ng/ml, p = 0.01, respectively).

As expected, patients with metabolic syndrome had PAS, PAD, FBG, HbA1c and blood insulin significantly higher and HDL lower than subjects without metabolic syndrome. Reduction of insulin sensitivity as expressed by increased HOMA-IR and lower ISI was detected in metabolic syndrome patients, compared with non-MS.

Serum 25(OH) vitamin D3 concentrations inversely correlated with FBG (Pearson’s coefficient: -0.26, p<0.007) serum phosphate (Pearson’s coefficient: −0.21, p<0.03) and PTH levels (Pearson’s coefficient: −0.28, p<0.003) but were not associated with anthropometrical parameters, fat mass percentage, the diagnosis of type 2 diabetes and insulin resistance indexes in the univariate analysis.

Linear multivariate regression analysis demonstrated that low serum 25(OH) vitamin D3 levels are associated with the presence of metabolic syndrome independently from gender, age, BMI and serum PTH concentrations (Table 1).

 

 

Table 1: Multivariate linear regression analysis

 

Conclusion

“In this study, we demonstrated that serum 25(OH) vitamin D3 levels are significantly lower in obese patients affected by metabolic syndrome than in obese subjects without metabolic syndrome and comparable for sex, age, BMI, waist circumference and body fat mass,” the authors write. “The association between low serum 25(OH) vitamin D3 concentration and the diagnosis of MS was independent from PTH levels and the presence of type 2 diabetes.”

They also note that although the existence of an independent association between hypovitaminosis D and dysmetabolic conditions such as metabolic syndrome, type 2 diabetes, hypertension and liver steatosis has been demonstrated in several studies, the potential cause-effect relationship between the presence of low 25(OH) vitamin D3 levels and obesity/obesity-related conditions is still debatable.

“Reduced serum 25(OH) vitamin D3 concentrations represent a determinant of metabolic syndrome in obese patients,” they conclude. “The insulin-sensitising action of vitamin D rather than the distribution volume of this hormone is likely to be responsible for the thigh association between hypovitaminosis D and dismetabolic conditions.”

http://www.bariatricnews.net/?q=news/111100/hypovitaminosis-d-associated-ms-obese

 

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